Tra le 28 carceri cantonali che praticano la detenzione amministrativa in aggiunta a quella criminale, Frambois rappresenta un caso speciale: risultato di un accordo tra i cantoni di Ginevra, Neuchâtel e Vallese, Frambois è la prima struttura a praticare unicamente misure restrittive e viene duramente cri-ticata per i suoi alti costi di gestione e per il suo relativo confort. Soprattutto viene criticata da Zurigo che, al contrario, adotta metodi ben più duri. Va però sottolineato il fatto che Frambois ha il più alto tasso di successo nei rinvii: l’86% contro l’60% circa di Zurigo.

Frambois è stato inaugurato nel giugno del 2004 e si trova alla periferia di Ginevra. La Consigliera di stato Micheline Spoerri non ha fatto mistero delle difficoltà che Frambois ha affrontato: “Il suo obiettivo è quello di rispondere con intelligenza e umanità a una legge che come unico scopo quello di detene-re persone che non hanno commesso crimini o reati, per poter assicurare che il processo di rinvio venga portato a termine con successo. Non essendo stata questa operazione ancora definita da una legge federale, è stato necessario inventare un sistema speciale di detenzione amministrativa. La sfi-da era importante”. 

All’interno di questo mondo carcerario, si trovano 22 celle equipaggiate con un frigorifero e un televi-sore. I detenuti sono liberi di lasciare le loro celle tra le 8.00 e le 21.00. La stanza comune al piano ter-reno è l’area centrale di Frambois. È equipaggiata con tavoli, sedie e un tavolo da ping-pong. I dete-nuti vi trascorrono la maggior parte del tempo. Discussioni, giochi, pasti e persino visite dei cappellani si tengono qui.

Il «concetto Frambois» ha un prezzo: la costruzione è costata 4 milioni di Franchi, finanziati al 90% dalla Confederazione e vi lavorano 13 persone. Frambois costa 280 Franchi per detenuto al giorno, quindi circa 100'000 franchi per anno. Con una capacità di 25 detenuti, ha ospitato 272 persone nel 2009. “Ma la detenzione amministrativa è la più dura tra tutte” – spiega il signor Claude, direttore di Frambois – “Per un criminale condannato, ogni giorno è un passo in più verso la libertà. I prigionieri qui, invece, non hanno alcuna aspettativa”.

Frambois conta su una piccola squadra che ogni mattina si riunisce per discutere. La direzione comu-nica le date delle espulsioni e dei nuovi arrivi, le guardie di picchetto descrivono gli avvenimenti della notte. “Alcuni detenuti ci preoccupano molto. Quando auguri loro la buonanotte e chiudi a chiave le porte delle loro celle, ti chiedi se li rivedrai vivi il mattino seguente. Li teniamo costantemente d’occhio”, dichiara l’agente Adulaï. Infatti, molti detenuti soffrono di depressioni serie che potrebbero portare a episodi di autolesionismo, scioperi della fame e tentativi di suicidio.

Nel corso dei mesi, si creano legami tra chi lavora e i detenuti. “Talvolta proviamo un sentimento di in-giustizia ma non ne discutiamo con i detenuti. Il nostro compiuto è quello di tenerli d’occhio, ma è diffi-cile quando una persona che ti piace sta per partire e tu non hai il diritto di dirglielo. Il mattino seguen-te sarà partito e non avrai nemmeno potuto salutarlo”, ammette Denis, una guardia. Quando un dete-nuto viene rinviato, può trovarsi in condizioni tali di stress da dover richiedere misure eccessive di con-tenimento. Sono stati scoperti casi di cattiva condotta da parte della polizia e sono già morti tre uomini in Svizzera.

Le misure coercitive non vengono considerate come una punizione quanto come una garanzia della partenza. La messa in atto dei voli di rinvio è affidata a agenti di polizia addestrati allo scopo. In caso di partenze volontarie, la polizia preleva il detenuto dalla cella e lo porta all’aereo. Nel caso non voles-se partire per sua scelta, verrebbe organizzato un cosiddetto “volo accompagnato”. In sintesi, il prigio-niero verrebbe avvisato il giorno precedente la partenza. Il giorno seguente verrebbe ammanettato e accompagnato da due agenti in tenuta completa su un volo programmato verso la sua destinazione fi-nale. 
Il prigioniero potrebbe però rifiutare di imbarcarsi.